De Luca

deluca

Erri de Luca

(1950)

Da: Alzaia
Cadute

letto da:
Stefano Masoni

 

 

Aus: Alzaia
Fallen

gelesen von:
Bernt Hahn

“E noi che pensiamo la felicità / come un’ascesa, avremmo l’emozione / che quasi smarrisce / di quando cosa ch’è felice, cade.

Così si chiude l’ultima delle dieci elegie duinesi, vertice poetico di Rilke e del secolo. È difficile invertire l’immagine che si ha della felicità, passare da una sensazione fisica di felicità come innalzamento a una che la descrive in discesa, tratto calante di parabola. So però che l’alpinista è felice sulla via di discesa ed è anche stanco. L’intuizione di Rilke sulla felicità mi insegna qualcosa su un accidente delle storie sacre cui avevo poco badato finora. Il fatto che in alcuni momenti della rivelazione gli uomini che ne sono testimoni vengono meno, cadono. Più spesso finisce a terra il profeta Ezechiele, ma più volte cade anche Abramo e poi Mosè e Aronne e una volta cadono anche Bilam, Giosuè e Davide. La frase ebraica precisa che la caduta avviene sui loro volti: dritti, frontali e, secondo lettera, senza neanche mettere le mani avanti. Più che cadere cedono per crollo, non per devozione: altre volte infatti non succede. Cedono perché il loro corpo semplicemente non regge davanti all’energia che si sprigiona dalla rivelazione. Ultimo delle storie sacre a cadere è Shaùl ovvero Saulo, Paolo di Tarso, rovinosamente sbalzato dalla sella e dall’autorità lungo la insidiosa via di Damasco. Paolo in latino ovvero Saulo in greco, ovvero Shaùl in ebraico: il suo nome vuol dire ” colui che è domandato”. A Damasco viene curato da un cristiano di nome Anania, nome ebraico che vuol dire “mi ha risposto Iod”. La sua convalescenza dura tre giorni di cecità e digiuno. Malgrado la sua sia la sola caduta con conseguenze cliniche, credo che anche per lui, come per gli altri, l’attimo di cadere davanti alla chiamata sia stato esattamente questo: “di quando cosa ch’è felice, cade”.

Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
prima edizione ne “I Narratori” maggio 1997
Settima edizione nell’ “Universale Economica” settembre 2014
Per gentile concessione di Susanna Zevi Agenzia Letteraria

 

”Und wir, die an steigendes Glück denken, empfänden die Rührung, die uns beinah bestürzt, wenn ein Glückliches fällt.”

So schließt die letzte der zehn Duineser Elegien, der dichterische Gipfel Rilkes und seines Jahrhunderts. Es ist schwierig, das Bild, das man von Glück hat, umzukehren, von einem körperlichen Gefühl des Glücks als Erhebung zu einem, das es im Abstieg beschreibt, als sinkender Abschnitt eines Niedergangs. Ich weiß aber, dass der Bergsteiger beim Abstieg glücklich ist und auch müde. Rilkes Ahnung über das Glück sagt mir etwas über einen Aspekt von Bibelgeschichten, den ich bis jetzt wenig beachtet hatte. Die Tatsache, dass in einigen Momenten der Offenbarung die Menschen, die ihrer Zeugen werden, zu Boden fallen. Am öftesten landet der Prophet Ezechiel auf der Erde, aber auch Adam fällt, dann Moses und Aron und einmal fallen auch Bilam, Josua und David. Der hebräische Satz sagt exakt, dass ihnen das Fallen ins Gesicht geschrieben steht: gerade, frontal und auch ohne die Hände davor zu halten. Eher als zu fallen brechen sie zusammen, es ist kein Fallen aus Ergebenheit: andere Male passiert das nämlich nicht. Sie brechen zusammen, weil ihr Körper der Energie, die bei der Offenbarung ausströmt, nicht standhält. Der letzte, der in den Bibelgeschichten fällt, ist Shaùl oder Saulus, Paulus von Tarsus, der auf dem heimtückischen Weg von Damaskus heftig aus dem Sattel geschleudert wird. Paulus auf Latein oder Saulus auf Griechisch oder Shaùl auf Hebräisch: sein Name bedeutet: “der Erbetene”. In Damaskus wird er von einem Christen namens Anania geheilt, der hebräische Name bedeutet “Hiob hat mir geantwortet”. Seine Genesung dauert drei Tage der Blindheit und des Fastens. Obwohl sein Fallen das einzige mit klinischen Folgen ist, denke ich, dass auch für ihn, wie für die anderen, der Moment des Fallens vor dem Ruf genau dieser gewesen ist: “wenn ein Glückliches fällt”.